Dicono di me

 

copertina libro

 

 

 

 

Indizi di esistenza
- di Giancarlo Loffarelli
- di Marino Centrone
- di Grazia Pennisi
- di Roberto Cavallo
- di Salvatore Modugno
- di Roberto Maccario
- di Donatella Signetti

 

 

copertina del libro

 

 

 

 

Il nome del padre
- di Angelo Caroli
- di Piera Savio
- di Michele Carlucci
- di Grazia Pennisi
- di Claudia Pitotti
- di Loredana Pennone

 

copertina del libro

Il colpevole è Maigret 
di Piera Savio
Adnkronos, 18 agosto 2008 
- di Claudia Pitotti 
- di Barbara Baraldi

 

copertina del libro

L'ospite imprevisto
- di Angelo Caroli
- di Piera Savio
- di Susanna Maria de Candia
- di Alberto Infelise
- di Giancarlo Loffarelli
- di Roberto Cavallo

copertina del libro

Prima di entrare eri già qui 
di Roberto Cavallo 
di Matteo Caione 
- di Angelo Caroli 
- di Giancarlo Loffarelli
di Eleonora de Bonis 
di Carolina Giusti 
di Piera Savio

copertina del libro

  La Mansio di Glesia 
di Angelo Caroli
- di Annalisa Terranova
di Vittorio Venuti
di Roberto Cavallo 
di Piera Savio


copertina del libro

Margherita è anche un fiore
di Paolo Berruti
di Vittorio Venuti

copertina del libro

 Prima di Sìloe
di Mario Varesi


copertina del libro

Maschere
di Mario De Marco

 

 

 

Indizi di esistenza

Il nuovo romanzo "maturo" di Francesco Rodolfo Russo
di Giancarlo Loffarelli

Indizi di esistenza di Francesco Rodolfo Russo è un romanzo di difficile catalogazione (ammesso che abbia un senso cercare a ogni costo di ingabbiare un romanzo all'interno di un genere).
A un primo approccio il lettore che trova utile e magari rassicurante accostarsi a un nuovo romanzo, sapendo in che "ambiente" si troverà, avrà l'impressione che quello che si sta apprestando a leggere sia un romanzo che poggia con sicurezza su due terreni della letteratura: il romanzo d'ambientazione storica e il poliziesco.
In effetti, Russo conduce il lettore, con un ritmo scandito da datazioni molto precise, in continua alternanza, all'interno di due epoche: l'una recente (fra il 2010 e il 2011), l'altra remota (fra il 1480 e il 1492). Ben presto, poi, la sparizione di tre persone e la comparsa di un ispettore e di un commissario di polizia contribuiscono a disporre la vicenda di ambientazione recente (ma il lettore un po' più scaltro collocherà anche quella di ambientazione remota) all'interno dell'ampio alveo della letteratura poliziesca.
Certo, in questo tentativo di leggere il romanzo accompagnati dalla rassicurante sensazione di ri-conoscerne l'orizzonte, si intuisce che qualcosa non quadra da uno strano dualismo, evidente nell'alternanza di epoche ma anche delle dislocazioni geografiche: Otranto e altri territori del Meridione da una parte, Cuneo e la terra di confine fra Italia e Francia che si colloca tra Torino e Menton dall'altra.
Il fatto che l'ipotetico lettore preferisca muoversi su territori letterari conosciuti non vuol certamente dire che non intenda essere incuriosito e spinto ad andare avanti nella lettura. E il romanzo di Russo riesce anche in questo intento, inducendo il lettore a porsi continuamente domande e dubbi: chi è quel monaco guerriero d'origine spagnola, chiamato Monje che lascia Otranto cinta d'assedio nel 1480 per approdare nel Cuneese ponendosi al servizio di un discutibile signorotto locale? E che c'entra il Monje con un gruppetto di appassionati di esoterismo nella Cuneo del 2010? E che tipo è l'ispettore di Pubblica sicurezza Francesco Martinez, in servizio a Cuneo ma originario di Lecce, con un cognome di evidente origine spagnola, cui vengono affidate le indagini per la scomparsa di tre persone che ruotano attorno al gruppo di appassionati d'esoterismo?
Ma se ci si lascia condurre da Russo lungo un percorso più profondo del precedente, il romanzo allarga smisuratamente il proprio orizzonte. Per seguire l'autore in questo itinerario bisogna essere attenti a una serie di segni che egli lascia cadere con tale evidenza da risultare poco visibili, proprio come accade con le cose che abbiamo troppo vicine.
Due tipologie di questa serie di segni appaiono particolarmente interessanti.
La prima è costituita dai nomi dei personaggi che, in questo romanzo, come in tutta l'opera di Francesco Rodolfo Russo, non sono mai scelti casualmente: dall'evidente rimando alla dimensione del gioco nel nome di una delle persone scomparse, Ludovica, all'orso forte e furioso nascosto nel nome dell'altra persona scomparsa, Furio Berardo; dalla grazia che promana dal nome Anna, all'ambiente marino del nome Marina, e così via per un'altra decina di casi. Non è qui possibile (e forse nemmeno opportuno) avventurarsi in un'analitica disanima ermeneutica della onomastica del romanzo, ma se il lettore non si mostra disattento a questi segni, Indizi di esistenza si apre a prospettive inaspettate.
Più esaminabile è invece la seconda tipologia di segni che Russo ha collocato proprio in esergo ai tempi in cui il romanzo è strutturato. Le tre parti, infatti, in cui il romanzo è diviso sono introdotte da altrettante citazioni. La prima è di Proust: "Le prime apparizioni che fa nella nostra esistenza un essere destinato a incontrare più tardi il nostro favore assumono retrospettivamente ai nostri occhi un valore di avvertimento, di presagio." La seconda di Schopenhauer: "La vita è come una stoffa ricamata della quale ciascuno nella propria metà dell'esistenza può osservare il diritto, nella seconda invece il rovescio: quest'ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l'intreccio dei fili." La terza, infine, è di Drieu La Rochelle: "Io sono vivo soltanto quando avverto l'eternità."
Se le citazioni non costituiscono banalmente uno sfoggio di cultura (e nel caso di Russo questo è fuor di dubbio), esse vanno a costituire un indice di fondamentale importanza per entrare nelle dimensioni più intime e profonde del romanzo.
Che cosa ci dice Proust? Che tutta la vita è una rete di segni che continuamente interpretiamo, permettendo che essi gettino una luce non soltanto sul presente che viviamo o sul futuro, ma anche sul passato, costituendo, rispettivamente, segnali, premonizioni e, appunto, presagi. Attenzione, in quanto segno, la relazione non contiene in se stessa, oggettivamente, il presagio: tale esso può esser colto (o no); e l'esser presagio non sta nelle cose ma nell'atteggiamento ermeneutico costitutivo dell'uomo. Se non si tiene presente questo aspetto, sfuggirà la duplice ambientazione temporale del romanzo.
E che cosa ci dice Schopenhauer? Che la maturità dell'uomo è fatta per mutare lo sguardo sulle cose: non più per ammirane la bellezza (preferiremmo dire: non soltanto per ammirarne la bellezza), ma per comprendere la fitta, inestricabile, forse incomprensibile, trama che costituisce l'esistenza. Quindi anche la vicenda narrata nel romanzo va vista, per così dire, dalla parte delle radici. E se dalla parte del recto, è la logica che guida le interpretazioni (le indagini) che segue la Polizia, la parte del verso si apre a dimensioni interpretative in cui la logica riveste un ruolo molto marginale: il commissario Nuccio è fedele interprete della prima prospettiva, l'ispettore Martinez (di nome Francesco e salentino come l'Autore), pur partendo dalla stessa impostazione, si mostra via via sempre più aperto alla seconda.
Infine Drieu La Rochelle. Con la frase di Drieu La Rochelle scendiamo alla dimensione più profonda del romanzo: una lieve meditazione sulla morte e sull'eternità in cui il segno di interpunzione più frequentato da Francesco Rodolfo Russo è il punto interrogativo, di cui sono ricche soprattutto le ultime pagine.
È un romanzo "maturo" quest'ultima fatica di Francesco Rodolfo Russo. Maturo nel duplice significato: scritto dopo un lungo percorso artistico che ha permesso all'Autore di crescere da un punto di vista letterario arricchendo la propria sensibilità di scrittore; e prodotto da un uomo maturo che, per dirla nuovamente con Schopenhauer, riesce oggi a vedere meglio la trama della vita perché da una prospettiva rovesciata.

(da leccecronaca.it - martedì 28 agosto 2012)

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Indizi di esistenza
di Marino Centrone

Uno degli aspetti del post-modernità è il fatto che le esistenze non sono tali, ma diventano indizi di esistenze, tracce, frammenti, qualche filosofo ha detto orme sulla sabbia. Le orme sono precarie perché possono essere cancellate con un colpo di vento, così le precarie esistenze che percorrono lo spazio del nostro mondo.

Sotto questo profilo l’esistenza di un cavaliere che difese Otranto dai Turchi nell’anno domini (A.D.) 1480 e che poi risalì la penisola può essere ricondotta all’esistenza di un commissario Martinez che si muove dalle parti di Cuneo e di Mondovì per indagare sulla scomparsa di un paio di persone.

Il tessuto connettivo di queste esistenze precarie che hanno attraversato lo spazio/tempo per quattro secoli sono i nomi, tutti con la M, Martinez, Monge lo Monaco che in diverse epoche militarono anche nella Legione straniera e probabilmente “il primo fu Martinez che per aver partecipato ai moti rivoluzionari del 1820 fu costretto a rifugiarsi all’estero arruolandosi nella neonata Legione straniera francese con il grado di tenente aiutante maggiore, mentre i fratelli Monaco, Gabriele e Carlo, facevano parte della terza compagnia del Primo Reggimento straniero che il 30 aprile 1863 combatté nella battaglia di Camerine in Messico”.

Nel 1822 un Eraldo Monge partecipò a Torino alla fondazione del periodico diretto da Cesare Taparelli d’Azeglio, l’Amico d’Italia. Le M, le tre M, la generazione delle tre M, quante assonanze può destare la lettura di un romanzo, le Grandi Madri, le madri che hanno abitato il Mediterraneo, il mare. E infatti il mare, Otranto e il mare, Gallipoli e il Salento costituiscono il richiamo forte del romanzo nelle pagine in cui l’autore riesce a comunicare il movimento della brezza che pervade quel bel tacco del nostro Paese.


(da «Quindici giorni - Molfetta» - Anno XVIII- n°10 15 ottobre 2012)

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Indizi di esistenza
di Grazia Pennisi

Intrigante ed originale, il romanzo si sviluppa in due epoche, tra loro, lontane; diverse sono le situazioni che i protagonisti si trovano a vivere come diverse sono le ambientazioni, tra l'altro, particolarmente ben costruite ed articolate.
Il passato – siamo nel 1480 – ed il presente – siamo nel 2010 –, nella prima parte della narrazione, sono raccontati in parallelo, suscitando, nel lettore, curiosità per il singolare artificio letterario concepito dall'Autore ed un senso di "attesa" immaginando di poter, prima o poi, scoprire l'eventuale legame tra i personaggi che i fatti possano determinare.
Gli interrogativi rimangono a lungo senza risposta, anzi la trama, via via che si procede, arricchita da personaggi misteriosi e dal verificarsi di strane situazioni, si fa più complessa. Alla fine le carte si scoprono: il tenue filo che lega personaggi tanto lontani nel tempo si rivela...
Sullo sfondo domina, caratteristica propriamente umana, la spinta interiore a fare proprio tutto ciò che è diverso, tutto ciò che non si conosce, ad indagare l'ignoto.
La routine quotidiana, con i suoi ritmi implacabili, sopisce il più delle volte, certe pulsioni che sono connaturate all'essere umano.
A Russo va il merito di averle portate allo scoperto, di averle stimolate, di aver guidato il lettore in un percorso, a ritroso nel tempo, che, sebbene riservato ai suoi personaggi, è facilmente estendibile ad ognuno di noi perché si sostanzia nella ricerca delle proprie radici.

(da «Rassegna dell'Autonomia Scolastica» - Anno XXXI- n° 8 – Novembre 2012)

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Viaggio trasversale spazio-temporale tra Salento e Nord
di Roberto Cavallo

Francesco Rodolfo Russo, già autore di diversi romanzi e di libri di poesia, giunge alla sua maturità letteraria (anche se la meta – per definizione – non si raggiunge mai!) pubblicando Indizi di esistenza (Giancarlo Zedde Editore, Torino 2012, pagine 310, 16,00).
Indizi di esistenza è un romanzo poliziesco con ambientazione storica.
Partito dal presidio militare di Otranto, un giovane soldato arriva sul fiume Macra, un mercoledì di metà novembre dell'Anno Domini 1480, vestito da oblato.
In una domenica autunnale del 2010, nei pressi di un noto caffè di Cuneo, un urlo di dolore interrompe il rientro a casa di una donna.
Così l'Autore introduce il lettore, con un ritmo scandito da datazioni molto precise, in continua alternanza, all'interno di due epoche: l'una recente (fra il 2010 e il 2011), l'altra remota (fra il 1480 e il 1492).
Ben presto, poi, la sparizione di tre persone e un omicidio sconvolgono la vita di una tranquilla cittadina di provincia. La presenza di un ispettore e di un commissario di polizia contribuiscono a disporre la vicenda di ambientazione recente (ma il lettore attento rintraccerà anche quella di ambientazione remota) all'interno della letteratura poliziesca.
Il romanzo si snoda quindi in uno strano dualismo, nell'alternanza di epoche ma anche delle dislocazioni geografiche: Otranto e altri territori del Meridione da una parte, Cuneo e la terra di confine fra Italia e Francia - che si colloca tra Torino e Mentone - dall'altra.
Molte le domande e i dubbi che il romanzo induce nel lettore: chi è quel monaco guerriero d'origine spagnola, chiamato Monje che lascia Otranto cinta d'assedio dai Turchi nel 1480 per approdare nel Cuneese? E che c'entra il Monje con un gruppetto di appassionati di esoterismo nella Cuneo del 2010? E che tipo è l'ispettore di Pubblica sicurezza Francesco Martinez, in servizio a Cuneo ma originario di Lecce, con un cognome di evidente origine spagnola, cui vengono affidate le indagini per la scomparsa di tre persone? Sarà proprio l'ispettore Martinez (di nome Francesco e salentino come l'Autore), a superare la fredda razionalità dell'indagine per cogliere, con l'altra metà della testa, gli aspetti più misteriosi del caso.
I protagonisti di questo romanzo, distanti nel tempo ma allo stesso tempo contemporanei, mediante una scintillante concatenazione di avvenimenti interpretano una storia suggestiva, che coniuga il desiderio ancestrale di conoscenza dell'ignoto al ritmo della narrazione investigativa.
Il romanzo è diviso in tre parti: nella prima, dove maggiormente si alternano passato e presente, s'incontrano personaggi e situazioni velate di mistero. La seconda amplia l'intreccio infittendo la trama.
L'ultima, infine, armonizza l'immaginario al reale.
Il tutto è arricchito da citazioni storiche e geografiche assai puntuali, che, grazie anche al frequente ricorso al dialetto salentino, immergono il lettore in un'esperienza narrativa viva e accattivante.

(da Corriere del Giorno - Venerdì 2 novembre 2012)

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Indizi di esistenza
di Salvatore Modugno

Francesco Rodolfo Russo, autore del libro Indizi di esistenzxa (edito da Giancarlo Zedde) dimostra nel suo romanzo una fantasia 'allenata', una capacità notevole di intrecciare vicende e personaggi in una storia che nasce, apparentemente, come una banale vicenda da fiction, di quelle che popolano quotidianamente i palinsesti delle reti pubbliche televisive. Con un'alternanza di flasbach, a cavallo tra il Quattrocento e i giorni nostri, Russo costruisce una vicenda che contiene molti elementi che destano curiosità nel lettore e lo portano a voltare pagina per scoprirne il lento evolversi e capire, man mano, dove finiranno i personaggi e quali pieghe prenderà la vicenda.
Introducendoci nella Otranto del 1480, l'autore centellina gli indizi di esistenza di un monaco oblato dal passato oscuro il quale si lega ad una fanciulla che costituisce il perno centrale delle avventure dei reali protagonisti della vicenda, ossia uomini e donne a noi contemporanei, figure del quotidiano, che si incontrano casualmente e danno il via all'evolversi di una storia pervasa da una vena occulta, esotorica, che sembra contrastare col contesto di una di una Cuneo che potremmo definire ordinaria, di certo non asservibile al ruolo di scenario suggestivo per una vicenda misteriosa.
(...)
Tra gli elementi che fanno di un libro un buon libro e che sono presenti in questo, troviamo certamente un ampio vocabolario e una capacità di comporre periodi, paragrafi e capitoli fluidi, di facile lettura che costituiscono l'unità ideale che compone un'opera che, sul piano linguistico e narrativo, si regge sostanzialmente in piedi. Gli eventi si susseguono e non vi sono grandi perplessità dal punto di vista della trama che ostacolano la costruzione di una storia fondamentalmente credibile. I tempi sembrano rispettati, non ci si estrania per tediosi rallentamenti o sospettose accelerazioni. (...)

(da L'altra Molfetta – Anno XXVIII dicembre 2012)

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Indizi di esistenza
di Roberto Maccario

I romanzi di Francesco Rodolfo Russo sono sempre interessanti ma, con Indizi di Esistenza pensiamo di poter affermare che abbia compiuto un salto di qualità. In questo suo ultimo lavoro, infatti, ha riunito efficacemente due filoni narrativi: la rievocazione storica e l'indagine dei protagonisti che, come emersi da uno schermo e non dalla pagina di un libro, ci vengono incontro. I personaggi si delineano non mediante descrizioni interiori o esteriori, ma con i loro caratteristici modi di parlare e di agire, spesso inseriti in dialoghi serrati che sono il punto di forza di Russo.
Gianni Chiostri, autore della copertina, nel corso di una presentazione del libro ha dichiarato che durante la lettura ha visto "subito di fronte" i personaggi e li ha "immediatamente dipinti" nella sua mente. Il disegno di Chiostri, che raffigura un uomo senza testa apparentemente in cerca di un'identità, è estremamente evocativo e certamente propone dei punti interrogativi, gli stessi che invogliano ad andare oltre per scoprire che cosa c'è scritto all'interno.
Il romanzo, pagina dopo pagina, procede senza eccessi svolgendosi come un giallo non soltanto giallo, perfetto nell'incastro degli accadimenti e dei personaggi fino alla sorpresa finale. Infatti, tutto ciò che ha condotto il lettore dall'inizio alla fine forse poteva far presagire una conclusione differente, ma qui sta la capacità dello scrittore: andare oltre ciò che ci si aspetta.
Diversamente dai personaggi i luoghi sono descritti puntualmente: Cuneo e i dintorni, Mentone, Torino. C'è anche molto Salento che fuoriesce, come una dea dalle onde marine, tanto da fornire l'impressione che l'autore mai abbia abbandonato il luogo natio. Tra le righe si avvertono sensazioni e tradizioni di quella terra.
I romanzi di Francesco Rodolfo Russo sfuggono a una rigida classificazione di genere letterario perché facilmente ne contengono più d'uno offrendo, forse anche per questo, più piani di lettura. Alla regola non sfugge Indizi di esistenza, opera narrativa che racconta due storie: una ambientata nel Basso Medioevo, l'altra tra l'estate del 2010 e la primavera del 2011. I due periodi storici si fondono mirabilmente e perfettamente s'intrecciano nei diversi secoli situazioni individuali e familiari a dir poco inesplicabili.

(da L'Ora del Salento - 23 marzo 2013 – Nuova Serie – Anno 23 n. 11)

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Da Lecce a Cuneo, un appuntamento col mistero
di Donatella Signetti

Un monaco guerriero di origine spagnola lascia Otranto cinta d’assedio nel 1480 e approda a Cuneo, dove entra al servizio di un malvagio signorotto locale. In un gruppo esoterico nella Cuneo del 2010 tre persone risultano vittime di misteriosi omicidi. Un ispettore di polizia prende in mano la situazione. Ma saranno casuali le sue origini leccesi e un cognome, Martinez, dall’evidente origine spagnola? Dal Salento a Cuneese, l’autore (che ha pubblicato diversi romanzi e raccolte di poesie) propone un viaggio spazio-temporale, giocando abilmente sulla rete di segni e segnali, premonizioni e presagi che avvicinano il passato al presente e rivelano un disegno dotato di una forma chiara e compiuta. All’inizio della prima parte una citazione di Proust è la chiave di lettura: “Le prime apparizioni che fa nella nostra esistenza un essere destinato a incontrare più tardi il nostro favore assumono retrospettivamente ai nostri occhi un valore di avvertimento e di presagio”.

(da La Giuda - Venerdì 18 gennaio 2013)

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Il nome del padre
La verità è figlia dei tempi
di Angelo Caroli

È la storia di Juliette, ragazza francese ed erede di un impero che produce champagne a Reims. La giovane si reca in Italia alla ricerca di un fantomatico padre. Madeleine è sua madre e prima di morire le rivela che suo padre è un italiano conosciuto durante una vacanza estiva trascorsa al mare con due amiche. I giovani si amano ma non si possono sposare perché il padre, a detta di Madeleine, respinge il pretendente sostenendo che la figlia è partita per il viaggio di nozze.
Dopo la morte della madre, Juliette va a casa del nonno e lo accusa di non avere un padre per colpa sua. Il vecchio si difende affermando che in tutti quegli anni non è mai riuscito a farsi dire dalla figlia il nome dell’uomo e che quello la figlia è falso.
Juliette non si rassegna, vuole cercare il padre a tutti i costi perciò chiede aiuto al nonno il quale le consegna una foto trovata in mezzo alle carte di Madeleine. Nella foto sono ritratte tre ragazze, tra cui la stessa Madeleine, e sei uomini. Sul retro una sola parola: STIGMA. Grazie all’aiuto di un amico giornalista, Juliette scopre che Stigma è il nome di un gruppo di amici italiani che ama discutere di letteratura, filosofia, arte… e che si incontrano non lontano da Albenga.
Comincia per Juliette la ricerca del padre, un progetto che le farà conoscere gli uomini della foto ma non le consentiranno di approdare a una conclusione. Infatti la madre, per descrivere il padre, mescola le caratteristiche fisiche e caratteriali di ognuno di loro. Quando la giovane si rende conto che nessuno di loro ammetterà di essere il padre, gioca un’ultima carta e si rivolge alle amiche ritratte nella foto.
In contemporanea il nonno contatta i componenti dello STIGMA chiedendo di poterli incontrare in modo da scoprire la verità. Il meeting si risolve con una sconfitta perché nessuno si fa avanti. Ma quando rientra in albergo, incredibile ma vero, il padre si rivela.
Nello stesso tempo Juliette scopre la verità dalle amiche della madre e ogni tessera torna al suo posto.
«Il nome del padre» dello scrittore piemontese Francesco Rodolfo Russo è un ponte che collega un passato travagliato e un futuro che potrà essere tale solo se i protagonisti sapranno dare certezza al presente.
Il libro è scorrevole, con riferimenti che lo rendono interessante anche sotto il profilo storico e ha passaggi di vera suspense. Può essere letto da uomini e donne di ogni età perché offre della vita una visione molto ampia e perché, come dice Madeleine alla figlia, “veritas filia temporis”, la verità è figlia dei tempi.
(da il «Corriere dell’Arte» Anno XVI – n° 10 – Venerdì 19 marzo 2010)

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Un libro da leggere con attenzione
di Piera Savio

Passato, presente e futuro si intrecciano inesorabilmente nell’ultima fatica letteraria dello scrittore piemontese Francesco Rodolfo Russo, edito da Giancarlo, Zedde. Autore già affermato in questo romanzo «Il nome del padre», ancora una volta sa descrivere con un linguaggio di rara bellezza e purezza lessicale una storia particolare. Quella di una ragazza che vuole trovare il padre. Padre che non ha mai potuto conoscere perché la madre così ha voluto. Una vicenda che si svolge fra la Francia nelle bellissime valli dello champagne e l’Italia, la Liguria, dove un gruppetto di giovani ama discutere di politica e filosofia. Juliette, questo è il nome della protagonista, dalla madre Madeleine in punto di morte riesce a scoprire solo che il padre è italiano e che il loro matrimonio è stato impedito dal nonno. Juliette inizia la sua caccia, in mano ha due indizi una foto che ritrae la sua mamma in compagnia di 6 amici e sul retro una scritta Stigma. Una ricerca affannosa per arrivare una verità difficile a lungo tenuta nascosta. Una verità che è figlia dei tempi e che una volta trovata consentirà al presente di scorrere con più certezze. «Il nome del padre» è un romanzo da assaporare lentamente, su cui riflettere. Ci si può perdere nelle descrizioni paesaggistiche, così come tuffarsi nei destini di questi personaggi. Personaggi veri. Con un’anima.
(da «La Nuova Periferia» – n° 21 – Mercoledì 26 maggio 2010)

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Il nome del padre
di Michele Carlucci

Il romanzo parla della giovane Juliette sulle tracce del padre mai conosciuto.
Al termine della lettura l'Autore non rivela il nome, però ne sono finalmente a conoscenza la protagonista, cui è stato rivelato da un'amica della madre, e suo nonno, che si è fatto un'idea interrogando quattro ex giovani presenti in una foto con tre ragazze tra cui Madeleine la madre di Juliette.
E' proprio da questa vecchia foto sul cui retro è scritta la parola Stigma (nome d'arte dei giovani ritratti in foto che esercitavano varie arti) che partono le indagini prima affidate a una Agenzia che non approda a nulla e poi svolte dalla stessa Juliette e del nonno per vie diverse e a reciproca insaputa.
Il silenzio dell'autore è una scelta per lasciare ampia libertà al lettore di farsi l'idea che gli parrà più veritiera. A confondere le idee è proprio la madre di Juliette, Madeleine, che prima di morire descrive alla figlia un uomo che assomma le peculiarità di tutti i migliori giovani da lei conosciuti in gioventù. Alla fine torna a galla sempre quel benedetto nome di scena (Mercuzio) attribuito al "padre", perché interprete di quella figura nell'opera teatrale shakesperiana Romeo e Giulietta.
Il romanzo è avvincente dalle prime pagine e invoglia a correre verso la conclusione ma attenzione a non cedere alla tentazione di saltare un poí di pagine ogni tanto perchè (l'ho collaudato) si è costretti a tornare indietro per l'adombramento di alcuni passaggi. Si comprende subito che il lettore deve fare il detective ed è questo il grande merito dell'Autore: coinvolgere il lettore a tal punto da farne il vero protagonista del romanzo nel ruolo appunto del detective.
Chi scrive si è divertito a fare il detective anche per scoprire il profilo dell'Autore appena accennato in controcopertina (scrittore, conferenziere, direttore di collane di narrativa). Il Russo è uomo esperto di varie mitologie, di simbologia, di mobili antichi, di geografia, di arti figurative e letterarie, di latino e greco.
Dalla ricca articolazione dei dialoghi si può dedurre che l'Autore è amante dei rapporti umani intensi e sinceri. La sua passione per la cultura raggiunge l'apice a pag. 218 dove è riportata la teoria secondo cui Shakespeare per alcuni studiosi fu l'italiano Giovanni Florio che per via materna appartenne ai Crollalanza = scrolla lancia = Shakespeare in inglese.
(da « L'Atra Molfetta» - Anno XXVI - n° 6 - Giugno 2010)

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Il nome del padre
di Grazia Pennisi

Vaghi indizi muovono la protagonista del romanzo alla ricerca di un padre mai conosciuto, ricerca sulla quale si incentra l'intera narrazione. Personaggi enigmatici, descritti dall'autore con tratti essenziali chiari ed efficaci, tutti partecipi - a diverso titolo - di un evento del passato, si trovano a confrontarsi con se stessi pressati da battenti interrogativi e dall'ansia sempre crescente della giovane Juliette di svelare la verità. Il suo sguardo acuto scruta con attenzione ognuno di loro, mentre la sua mente cerca di metterne a nudo la personalità confrontando i vari elementi di cui viene in possesso di volta in volta con l'immagine costruita con le parole della madre, creata spontaneamente dalle sue fantasie di bambina. Pagina dopo pagina, il lettore è sempre picoinvolto nella vicenda, preso dalla narrazione fluida degli eventi che si susseguono; è coinvolto dall'atmosfera di suspense mirabilmente creata dall'autore, che aleggia palpabile sempre in crescendo nel susseguirsi dei capitoli; è indotto a soffermare, al di là del risultato della ricerca, la sua attenzione sulle rivelazioni dei personaggi. Proprio i personaggi esaminati sotto i molteplici aspetti della loro personalità, sono la chiave del libro, perché reiterano, ciascuno, la propria parte: partecipando, ciascuno con la propria verità, come degli attori su un palcoscenico, dietro un sipario ancora chiuso.
(da «Rassegna dell'Autonomia Scolastica» - Anno XXIX- n°4 - Maggio-Giugno 2010)

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La verità non è mai semplice
di Claudia Pitotti

Il nome del padre (Giancarlo Zedde editore, Torino 2009, pagg. 219, € 15,00), ultimo romanzo dello scrittore Francesco Rodolfo Russo, è il racconto del viaggio e delle alterne vicende vissute da Juliette, giovane donna francese partita alla ricerca del padre italiano mai conosciuto, con il fine di dargli un nome e un volto. Sulle enigmatiche tracce di una vecchia compagnia di amici, fra i quali pare si celi il genitore, Juliette vivrà un'esperienza destinata a cambiarla per sempre e, assieme a lei, il lettore percorrerà le tortuose strade che contraddistinguono la ricerca della verità.
La ricerca si configura, per l'appunto, come l'ingrediente principale di questa storia, raccontata con leggiadria, dettato asciutto ma denso di richiami sensoriali tali da permettere al lettore di figurarsi nella mente le scene e le immagini del romanzo, efficacemente evocate mediante un lessico vario e ricco, inserite in periodi spesso e volentieri concisi, quasi poetici, assai comunicativi.
La storia esordisce con la proclamazione di una verità, quella di Madeleine, madre di Juliette, dalla quale la ragazza apprende poche e confuse notizie circa il padre ignoto; la versione di Madeleine spingerà Juliette a recarsi dall'anziano e austero nonno Roger, un benestante imprenditore vinicolo di Reims che consegna alla ragazza un importante indizio: una foto che ritrae i membri del misterioso gruppo "Stigma" conosciuti dalla madre più di vent'anni prima, durante una vacanza in Italia.
Lo scenario del racconto si sposta, allora, proprio nel Bel Paese, dove Juliette ha deciso di recarsi con lo scopo di rintracciare gli uomini ritratti nella foto. Si imbatte, così, in curiosi personaggi, anche molto diversi fra loro, che la ragazza interroga a più riprese, ma che sembrano non sapere nulla di decisivo circa suo padre. La stessa identità di questi uomini, difficilmente delineabile, sembra sfuggire in taluni casi finanche a loro stessi. Chi di loro in realtà è il vero padre di Juliette?
Il romanzo è ricco di passaggi lirici, momenti in cui la storia si fa "tesa" e il periodare frenetico, nell'energica ricerca di una verità che per tutto l'arco del racconto stenta a venire a galla: specie nella seconda parte del libro, essa sembra rimbalzare furiosamente fra le alterne e concitate battute dei protagonisti, tra affermazioni che lasciano più dubbi di certezze, fra personaggi reticenti e solitari, riservati per natura o bugiardi di professione.
Con questa nuova e gradevole storia, di scorrevole lettura, l'Autore sembra voler giocare con il plurisecolare conflitto tra persona e identità, tra nome e oggetto, tra realtà e finzione: «Le persone, spesso, non sono quelle che vediamo» farà dire, a un certo punto, a uno dei suoi protagonisti.
L'appassionante viaggio compiuto da Juliette fra i ricordi affidati dalla madre a lettere mai spedite e fatti vagamente riferiti non soltanto da lei, allarga, dunque, i suoi confini e si apre a orizzonti più vasti: frequenti flashback narrativi aprono scorci sul misterioso passato di alcuni protagonisti; numerose riflessioni e ragionamenti, imbastiti dai personaggi, raccontano al lettore di vite tormentate fatte di scelte da cui, non di rado, derivano rinunce; l'empatia che sprigiona dalle migliori pagine di questo testo, ben comunica la mancanza di sincerità al momento del faccia a faccia finale, tanto atteso dal lettore.
Il momento della verità per Juliette si configurerà ben presto come disincanto: la ricerca di quel padre tanto agognato porterà una ragazza, ormai sulle soglie della maturità, ad abbandonare definitivamente "l'isola dei sogni", l'età della fanciullezza caratterizzata dall'attesa e dalla rielaborazione fantastica dell'ignoto, e a mettersi in viaggio in un mondo dove tutto è continuamente messo in discussione, tutto è punto di vista, dove la verità, così frammentata, si disperde e le esperienze producono nuove e sconvolgenti consapevolezze.
(«L'Ora del Salento» - Anno XX n. 32 - Lecce, 2 ottobre 2010) 

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Il nome del Padre
di Loredana Pennone

Il nome del padre (Giancarlo Zedde, Torino 2009, pp. 218, € 15.00) ha tra i suoi personaggi principali la giovane erede di una famiglia di produttori di champagne, Juliette, la cui esistenza è segnata dall'assenza di un padre. La madre, prima di morire, le rivela unicamente un nome e di non aver potuto sposare l'uomo amato a causa dell'opposizione di suo padre Roger.
Juliette, dopo essersi scontrata con il nonno, scopre tra le carte della madre alcune lettere e una foto sul cui retro è stata scritta la parola "stigma". Con questi indizi decide di partire per l'Italia alla ricerca del padre. Anche il nonno tuttavia conduce la sua indagine e gli uomini coinvolti nella vicenda, chiamati in causa da due parti, rivelano situazioni personali differenti, ma assai affascinanti. Ognuno di loro custodisce segreti che emergono lentamente dalle pagine del libro, partendo dall'esibizione di una vita a prima vista normale. Situazioni complesse e avvincenti s'intrecciano tra Juliette, Roger e gli Italiani, portandoci in luoghi diversi: da Reims a Lione, dalla Costa Azzurra alla Liguria, dal Piemonte alla Toscana.
La ricerca del padre, della sua identità finisce con la rivelazione che tutti si aspettano? Invitiamo il lettore a scoprirlo da sé immergendosi nella lettura di questo romanzo scritto con garbo e con eleganza di stile. Anche in questa sua ultima opera, infatti, Francesco Rodolfo Russo - leccese di origine ma torinese di adozione - riesce dall’inizio alla fine ad appassionarci e ad avvolgerci completamente con la sua scrittura fine e amabile, un fair play che lo contraddistingue e che lo fa apprezzare, suscitando ogni volta in noi il piacere e il desiderio di leggere.
(da Sanremo News.it - martedì 07 dicembre)

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Il colpevole è Maigret
Un libro, metà romanzo, metà giallo scritto da otto autori
di Piera Savio

«Il colpevole è Maigret» è sicuramente un libro originale. Quasi un esperimento. Intanto una particolarità: è scritto a più mani, ma solo il narratore, ovvero il curatore del lavoro Francesco Rodolfo Russo – che ha già editato diversi libri – conosce il finale della vicenda. Gli altri autori invece contribuiscono alla storia dando una certa soggettività ai protagonisti senza però conoscere la trama. Gli scrittori coinvolti in questo lavoro sono: Arrigo Casalini, Laura De Bortoli, Gabriella Geddo, Giancarlo Loffarelli, Antonietta Lombardozzi, Anna Maccario e Pierpaolo Rovero.
La storia, come si legge nella prefazione, ruota attorno a un copione che sembra collegare due vicende temporalmente distanti fra loro. Una quindicina d’anni. Al centro la sparizione di due donne. In ordine temporale la prima svanisce da una villa di Bordighera, mentre la seconda dalla facoltà di Architettura dell'Università di Torino.
Quest'ultima scomparsa dà l’avvio alla storia che come già scritto si sviluppa attorno a un narratore, che concepisce i suoi personaggi e suggerisce il canovaccio. Fanno da corollario i sette interpreti che, alternandosi nei capitoli, raccontano soggettivamente la porzione di verità di cui sono in possesso. Va detto che i sette protagonisti sono impersonati da altrettanti autori che nella realtà possiedono competenze analoghe a quelle dei personaggi del racconto.
Il romanzo, contraddistinto da questi continui cambi di penna – che coincidono con altrettanti cambi di scena – procede coinvolgendo il lettore anzi addirittura avvolgendolo. Fra indizi e colpi scena il «giallo» supera se stesso per diventare romanzo.
Spiega il curatore Francesco Rodolfo Russo nella nota introduttiva: «L’azione del curatore è stata impegnativa poiché, oltre a intervenire come narratore e a tirare le fila della storia ha dovuto armonizzare le parti che, almeno per i primi capitoli, in alcuni casi sviluppati con una serie di istantanee seppiate o a colori, sono state scritte da ciascun interprete senza avere conoscenza di quanti altri stava progettando. A questo proposito è opportuno sottolineare che alcuni, riferendosi agli schemi del giallo, hanno offerto nuovi spunti alla trama, mentre qualcun altro, mediante il racconto della realtà soggettiva, ha preferito impreziosire il testo con riflessioni, sensazioni, sentimenti e stati d’animo.
Ci pare che, grazie a questa commistione di indizi investigativi, meditazioni, percezioni, moti interiori e condizioni di spirito e umore, il romanzo abbia assunto caratteristiche non soltanto di tipo poliziesco. Per noi narrare questa storia è stata anche occasione di divertimento; speriamo di intrattenere piacevolmente il lettore».
Una nota finale: più che apprezzabili i disegni di Pierpaolo Rovero che arricchiscono ulteriormente questo romanzo originale come dicevamo in tutto. Un libro da leggere e da gustare in ogni sua riga apprezzando la bravura degli otto scrittori che hanno contribuito alla sua confezione.
(da «la Nuova Periferia», 28 maggio 2008)

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Torino, 18 agosto - Adnkronos 
LIBRI: «IL COLPEVOLE È MAIGRET», A TORINO OTTO AUTORI PER UN DELITTO - OGNI SCRITTORE HA 'INTERPRETATO' UN PERSONAGGIO CHE GLI SOMIGLIA


Una villa sulla riviera ligure dove una misteriosa ragazza svanisce nel nulla durante una “serata con delitto” fra ricchi annoiati. Una docente universitaria che scompare da Torino poco prima di un incontro per la messa in scena un testo basato proprio sui fatti di quella sera di 15 anni prima nella casa a picco sul mare. Due episodi distanti nel tempo e nello spazio ma che forse hanno in comune fra loro la chiave di un enigma che si svolge all'ombra della Mole sotto le feste natalizie: è l'enigma intorno cui gira «Il colpevole è Maigret», interessante romanzo giallo scritto a 16 mani. Gli autori del libro sono infatti otto e ciascuno di loro, a parte il narratore, ha 'interpretato' un personaggio che corrisponde a quello che l'autore è nella realtà. E così, se il personaggio della cronista di nera che indaga a caccia di scoop è stato scritto da una vera giornalista, Laura De Bortoli, la poliziotta della scientifica vive nelle pagine del libro grazie a Antonietta Lombardozzi, responsabile dell'area laboratori di indagini tecniche presso il gabinetto interregionale polizia scientifica Piemonte e Valle d'Aosta. E lo stesso vale per l'imprenditore Gino Fiore, che nasce invece dalla penna dell'imprenditore tessile Arrigo Casalini, per il personaggio della scrittrice di gialli cui ha dato vita Gabriella Geddo, insegnante di lettere nonché autrice di racconti e del romanzo «In punta di zampe», e per Giancarlo Loffarelli, autore e regista teatrale che ha scritto il personaggio del regista chiamato dalla docente scomparsa per mettere in scena il suo lavoro. L'architetto Anna Maccario, invece, oltre a far parte della redazione della casa editrice Giancarlo Zedde, l'editore di questo romanzo, ha 'interpetato' nelle sue pagine la storica dell'arte Elena Ghibaudo, mentre Pierpaolo Rovero ha messo la sua esperienza di fumettista, illustratore e sceneggiatore non solo nel personaggio di Giorgio Lanza, autore di letteratura disegnata, ma anche nelle illustrazioni che aprono il libro.
A legare tutti i personaggi e a tenere il filo della vicenda è il narratore, Francesco Rodolfo Russo, direttore editoriale della 'Giancarlo Zedde', scrittore, poeta e animatore culturale."A parte il narratore - si legge nella presentazione del volume - gli altri scrittori, partecipando alla stesura del libro senza sapere il finale della vicenda, hanno arricchito la storia con la 'soggettiva' di alcuni protagonisti. L'azione del curatore è stata impegnativa poiché, oltre a intervenire come narratore e a tirare le fila dell'intreccio, ha dovuto armonizzare le parti che, almeno per i primi capitoli, in alcuni casi sviluppati con una serie di istantanee seppiate o a colori, sono state scritte da ciascun interprete senza avere conoscenza di quanto altri stava progettando". E siccome da cosa nasce cosa ''alcuni degli autori, riferendosi agli schemi del 'giallo', hanno offerto nuovi spunti alla trama, mentre qualcun altro, mediante il racconto della realtà soggettiva, ha preferito impreziosire il testo con riflessioni, sensazioni, sentimenti e stati d'animo e grazie a questa commistione di indizi investigativi, meditazioni, percezioni, moti interiori e condizioni di spirito e umore, il romanzo ha assunto caratteristiche non soltanto di tipo poliziesco".

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Il colpevole è Maigret
di Claudia Pitotti

Nell’ultima fatica di Francesco Rodolfo Russo Il colpevole è Maigret (Giancarlo Zedde editore, Torino 2008, pp. 247, € 15,00) uno dei personaggi sostiene: “In questa vicenda tutti parlano poco. Nascondono qualcosa”. L’affermazione ben riassume lo spirito del romanzo: sapiente nella costruzione della trama e dei misteri che terranno inchiodati i lettori fino all’ultima pagina. Un romanzo assai innovativo, soprattutto perché scritto a più mani. Proprio così! In questa nuova ed ennesima avventura, Russo non è solo. In qualità di Narratore principale e sapiente armonizzatore del tutto, egli dà vita a una struttura narrativa che si sviluppa con la collaborazione di altri sette autori (Giancarlo Loffarelli, Arrigo Casalini, Laura De Bortoli, Gabriella Geddo, Antonietta Lombardozzi, Anna Maccario e Pierpaolo Rovero) che nella vicenda del romanzo svolgono un lavoro affine ai personaggi che interpretano.
Come afferma lo stesso Russo nella Nota introduttiva, a un progetto narrativo principale, si sono sommati, di volta in volta, l’immaginazione e i nuovi spunti offerti dai vari autori che hanno, tra l’altro, lavorato per parecchio tempo all’insaputa del finale prospettato dal curatore Russo, la cui azione, leggiamo ancora nella Nota, è stata assai impegnativa, proprio per lo sforzo di “armonizzare le parti”. Quest’ingegnosa e creativa formula di lavoro è, dunque, alla base de Il colpevole è Maigret, che pertanto può essere considerato a buon diritto un interessante prodotto letterario anche per l’avvincente storia che narra: una frenetica caccia al colpevole per risolvere la misteriosa scomparsa di una professoressa universitaria, la cui vicenda richiama alla mente dei personaggi un simile caso avvenuto quindici anni prima in una villa. In quella circostanza, infatti, durante una festa scomparve una giovane, mentre gli altri partecipanti si divertivano a indagare sulla fittizia sparizione di una persona, interpretando personaggi famosi della letteratura gialla. Si tratta del “party con delitto” di Bordighera, che ricorrerà frequentemente e quasi ossessivamente durante tutto il romanzo. I protagonisti, pertanto, saranno impegnati a sciogliere un enigma foriero di numerose disavventure e indizi depistanti, quesiti lasciati a lungo senza risposta e perplessità da fugare. Un misterioso copione teatrale, «La cantina», pare, inoltre, essere il comune denominatore delle due sparizioni, ma toccherà ai protagonisti capire se è veramente quello il fulcro attorno al quale passato e presente si saldano insieme.
Il lavoro a più mani registra un successo anche a livello stilistico: nella porzione di storia affidata a ciascuno, infatti, ogni singolo autore rivela il proprio stile e offre una variegata e dinamica veduta della vicenda che sta vivendo. Quest’ultimo è del resto un altro dichiarato (se non proprio il principale) obiettivo che Russo e gli altri autori si sono prefissati, così come possiamo leggere, ancora una volta, nella Nota introduttiva.
È rilevante ricordare anche l’apporto tecnico alla storia da parte degli autori che sono rimasti maggiormente agganciati alla loro vita reale. Ecco allora, per esempio, le pagine scritte dall’investigatrice della polizia scientifica impreziosirsi di interessanti dettagli tecnici, noti a chi è del mestiere e avvincenti per il lettore che se li vede proporre per la priva volta e che si sente talmente coinvolto dalle progressive scoperte della dottoressa Leccese tanto da immaginare di trovarsi in quel laboratorio davanti a lei e alla sua equipe, mentre analizzano i reperti sottratti alla scena del crimine.
Di capitolo in capitolo, di veduta in veduta, la storia avanza fino ad arrivare alle ultime incalzanti battute con cui, quasi come in un concitato diverbio teatrale, si giunge all’epilogo: inesorabile momento in cui i personaggi gettano la maschera e il lettore comprende finalmente il significato di Maigret e della sua colpevolezza.
(da «Il Corriere del Sud», N. 37 – 31 ottobre 2008)

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Sbirri con la penna
di Barbara Baraldi

(…) Cioccolatini e qualche foto ricordo per fare due chiacchiere con Antonietta Lombardozzi, responsabile dell’area laboratori di indagini tecniche presso il Gabinetto Interregionale Polizia Scientifica Piemonte e Valle d’Aosta di Torino, che si è lasciata coinvolgere da un divertente esperimento narrativo: Il colpevole è Maigret a cura di Francesco Rodolfo Russo. Vicende distanti una quindicina di anni collegate dalla sparizione di due donne, una in Liguria e l’altra a Torino. Ogni scrittore ha scritto una porzione di storia sviluppando una trama ricca di colpi di scena.
(da «Thriller Magazine», 25-05-2009) 

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L'ospite imprevisto
di Piera Savio

Un viaggio interiore alla scoperta del giardino senza tempo per trovare pace e serenità. Finalmente.
L'ospite imprevisto, una favola dolce amara. Triste ma nel contempo rasserenante. Sembra un bisticcio di parole eppure queste sono le emozioni che accompagnano la lettura dell’ultima fatica letteraria di Francesco Rodolfo Russo. Un viaggio interiore che nasce da un dolore impossibile da sopportare. Un viaggio introspettivo per ritrovare il proprio io e nel contempo gli altri. Un uomo che scappa dalla sua disperazione e che cerca nei boschi e nell’antico peregrinare la calma interiore. Una bicicletta guasta l’incontro casuale con una giovane tormentata dalla prepotenza del suo ex ragazzo, fanno del protagonista “Giacomo Pellegrino” l’ospite inatteso. Quando Giacomo entra ad Acropoli, una cascina collocata su un rilievo arrotondato, manca poco a Natale. In tre o quattro giorni, ovvero in uno spazio temporale limitato, sotto una neve che cade copiosa, il pellegrino porta sconvolgimento in quel microcosmo che pare statico ma non lo è. Il dialogo all’inizio è stentato ma alla fine i protagonisti, seppure molto lentamente, escono dal letargo interiore e si aprono al confronto. Confronto che porta alla scoperta del proprio sé e che conduce l’interlocutore ad avere una nuova visione della vita. Il pellegrino appare come un angelo del focolare capace di riportare felicità e serenità. Non fa miracoli ma insegna solo ad ascoltare il proprio cuore.

(da «la Nuova Periferia», 5 dicembre 2007)

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Natale all’Acropoli
di Alberto Infelise

Sa di neve “L’Ospite imprevisto”. Sa di ciocchi di legna messi ad ardere in un camino attorno al quale le persone si fermano e si lasciano cambiare dalle loro conversazioni il nuovo romanzo di Francesco Rodolfo Russo. Quella che si trova nella cascina “Acropoli” pochi giorni prima di Natale è una piccola comunità di persone arrivate a un punto di svolta: chi deve superare una tragedia, chi un amore opprimente, chi un amore che svanisce. A tratti ci si sente dalle parti di Gianni Rodari: ed è un vero, ristorante piacere.
(da «Metro», 21 dicembre 2007) 

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L’ospite imprevisto
di Angelo Caroli

La neve ostinata, un gatto randagio

È come assistere a un sipario che si spalanca. Una donna entra nel soggiorno di una grande casa dopo aver oscillato a lungo e lentamente su un dondolo. Si avvicina al marito che è relegato su una sedia a rotelle e i cui pensieri paiono appesi più ai rami degli alberi imbiancati dalla neve che alla moglie. Alcune abat-jour sono accese, Augusto e Barbara si fissano a tratti, anni luce li dividono. La donna legge un libro e sogna, lui aspira con avidità da una pipa. Li osserva, in silenzio, un cane pastore. giocattolo preferito di Carola. La figlia Ida è uscita di casa in bicicletta e tarda a rincasare. Forse è in giro con “quel perdigiorno di Mauro”, sospira la madre con disgusto. Ida, senza volerlo, diventa la chiave di lettura di «L'ospite imprevisto» che Francesco Rodolfo Russo scrive appellandosi a personaggi che vivono in una sorta di fondale dotato di specchi dove ognuno si riflette nell’altro e dove la psicologia e l’introspezione guidano gesti, azioni e parole. Ida inforca una mountain bike, le ruote affondano nella neve e si bloccano. Un uomo transita, è una presenza clandestina ma anche un aiuto insperato e provvidenziale. Si chiama Giacomo e si offre di accompagnare la ragazza nella grande casa arroccata lassù. Tre chilometri con la bicicletta sulle spalle, una fatica che gli ospiti ricambiano con la cena e una camera per dormire in attesa che la neve smetta di cadere. Ma in quei giorni la neve è ostinata. Giacomo è il “Pellegrino” misterioso, un gatto randagio che dà la sensazione di non avere contatti con il mondo e che comunque bene si inserisce nell’atmosfera cadenzata da muggiti di mucche e crepitare di caminetti. La presenza dell’uomo venuto dal nulla guarisce un “corpo” apparentemente refrattario e che invece è capace, grazie alla sua comunicativa, di riscoprirsi vivo e vitale. L’incontro tra Ida e Giacomo porterà dunque vantaggi a tutti.
(da il «Corriere dell’Arte» Anno XIV – n° 19 – Venerdì 16 maggio 2008)

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L'ospite imprevisto
di Giancarlo Loffarelli

Il romanzo L'ospite imprevisto (Giancarlo Zedde. Torino 2007, pp. 168 € 15.00) di Francesco Rodolfo Russo è un'opera Il romanzo L’ospite imprevisto (Giancarlo Zedde, Torino 2007, pp. 168 € 15,00) di Francesco Rodolfo Russo è un’opera all’apparenza dalla struttura semplice ma articolata e complessa se si riesce a leggere oltre questa apparenza.
La storia raccontata da Russo prende le mosse da due erronee interpretazioni che, come due negazioni, alfine si annullano a vicenda. Un uomo, che si presenta come un pellegrino, viene ospitato da una famiglia che vive in una cascina semisolata dalla neve. Dopo i primi momenti in cui l’ospite è accolto dai vari membri della famiglia, una famiglia in seria difficoltà per i rapporti rancorosi fra i suoi componenti, l’equivoco si chiarisce: l’ospite non è un pellegrino ma Pellegrino è il suo cognome, mentre nel finale un colpo di scena restituirà all’uomo la sua vera natura di pellegrino.
Basterebbe questo riferimento, fra tanti altri, al tema del viaggio per collocare il romanzo in una prospettiva molto particolare. Esso, infatti, a fronte di tanti rimandi al viaggiare e al mettersi alla ricerca di una meta da raggiungere, è un romanzo estremamente “statico”, tutto ambientato in uno spazio molto ristretto perché, come l’autore dice espressamente nell’esergo, citando Voltaire, “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.
Questa citazione permette di cogliere un elemento essenziale della struttura del romanzo. Per quanto esso sia, a tutti gli effetti, un’opera di narrativa, il suo impianto teatrale è evidente. Non soltanto nell’ambientazione, eminentemente teatrale: se lo si dovesse rappresentare, il romanzo necessiterebbe di un unico impianto scenografico per quanto esso è concentrato da un punto di vista spaziale. Il romanzo è profondamente debitore del linguaggio teatrale perché ricco di dialoghi diretti cui manca soltanto la precisazione del nome dei personaggi che conversano, come avviene nella scrittura teatrale, per presentarsi (volendo utilizzare un’iperbole) come un vero e proprio copione.
Questa scelta dell’autore non è arbitraria o frutto di un vezzo. Essa coglie la forma più adatta a esprimere un contenuto che, in estrema sintesi, è concentrato nella citazione voltairiana. Se, infatti, egli avesse voluto intendere il tema del viaggio (e tutte le tematiche collaterali di cui il romanzo è ricchissimo) come è accaduto spesso nella storia della letteratura attraverso Bildungsromane che fanno del viaggio in senso fisico la loro ambientazione, la forma narrativa più classica sarebbe stata la più adatta a quel tipo di scrittura che necessita di spostamento continuo di ambiente e di racconto del viaggio.
Nel momento in cui, invece, l’autore vuole narrare di un viaggio che non fa dello spostamento fisico il suo specifico, la forma “teatrale” appare come la più adatta a esprimere un movimento che non intende essere esteriore ma vissuto tutto nell’interiorità.
Connesso al tema del viaggio e del pellegrino, fin dal titolo, il romanzo di Francesco Rodolfo Russo affronta il tema dell’ospitalità, che non è tema giustapposto al primo ma a esso intimamente connesso, se si considera la vicinanza etimologica dell’ospite con il pellegrino (secondo autorevoli interpretazioni, il significato originario di ospite è in hostis, vale a dire nello straniero che è pure pellegrino e può essere anche nemico).
Non è, dunque, un caso che Giacomo, il protagonista del romanzo, sia accolto dalla famiglia che lo ospita con un atteggiamento che oscilla facilmente, anche in relazione a impercettibili mutamenti d’umore, dal rapportarsi a un ospite al rapportarsi a un pellegrino e a un nemico. È da attribuire all’abilità dell’autore la capacità di mantenere irrisolta fino all’ultimo questa ambiguità, per cui anche quando una delle precedenti interpretazioni della figura di Giacomo sembra avere la meglio sulle altre, un improvviso scarto narrativo sposta l’attenzione su un’altra delle possibili interpretazioni, per giungere a un finale apertissimo che dà una collocazione definitiva a questa impostazione.
(da «Corriere Avis», N. 3 – maggio-giugno 2008) 

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L’Ospite imprevisto
di Roberto Cavallo

L’editore Giancarlo Zedde di Torino propone una novità letteraria per gli appassionati dei viaggi dell’anima e della psiche. Si tratta de “L’Ospite imprevisto” (pagg. 165, euro 15,00) di Francesco Rodolfo Russo, autore non nuovo all’introspezione psicologica, alla spasmodica ricerca di Significato, alle ragioni ultime del cammino che ognuno, misteriosamente, è chiamato a compiere.
Nella sua ultima fatica editoriale è proprio il “cammino del viandante” ad animare il romanzo: un viandante, un pellegrino, un ospite che imprevisto giunge in una stupenda cascina collocata su un rilievo arrotondato, in un luogo non meglio specificato…
La cascina si chiama “Acropoli”, e i suoi abitanti sono un ex medico e la sua bella famiglia, tutti più o meno innamorati della campagna, dei boschi, del silenzio che trapela specie quando d’inverno la neve cade copiosa. Ma la bellezza maestosa della natura non riesce ad occultare sino in fondo i problemi della vita, che appaiono, a chi sa scrutarli, nella loro drammatica miseria. Tutto dunque sembra statico, ma è soltanto un’impressione: i personaggi, sebbene con tempi e modi diversi, sapranno trarre beneficio dalla casualità dell’incontro.
Mentre sulle prime l’“ospite imprevisto” sembra sul punto di inserirsi negativamente nei fragili equilibri familiari, esercitando un fascino al limite del consapevole narcisismo, alla fine è proprio lui che riesce a scoprire la chiave di volta della ritrovata felicità (o serenità?) coniugale. E’ la chiave che consente il confronto costruttivo nella famiglia che lo ospita: genitori e figli, usciti dal letargo interiore, si apriranno l’un l’altro. Ognuno scoprirà una parte di sé e aiuterà l’interlocutore ad osservare la vita con occhi nuovi.
Naturalmente, sul più bello, quando la missione è compiuta, l’“ospite imprevisto” sparisce, misteriosamente come è comparso.
Sarà – ancora una volta – il ricordo gelido del suo bimbo morto a portarlo via, a farne un viandante, un ospite in cerca di un rifugio che sia sempre e solo temporaneo; o forse solo un pellegrino dello spirito. Sempre in cammino verso quell’ ”Acropoli”, dove finalmente Significante e Significato coincidono: “…Di là, nell’aria netta, sarebbe stato Amore. Nel giardino degli angeli non sarebbe stato un ospite imprevisto …”.
(da «Il Corriere del Sud», N. 7 - 5 giugno 2008)

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L’ospite imprevisto 
di Susanna Maria de Candia

L’immagine, in copertina, di un bimbo biondo di pochi anni e il titolo «L’ospite imprevisto», indirizzano il potenziale lettore verso una certa idea della storia che si accinge a scoprire.
Ebbene, niente (o quasi) di ciò che ci si aspetterebbe. All’autore Francesco Rodolfo, leccese di natali ma torinese d’adozione, organizzatore e animatore culturale, presidente di giuria di svariati concorsi negli anni passati e oggi direttore editoriale della casa editrice Giancarlo Zedde, sono sufficienti tre elementi: un personaggio misterioso, una famiglia ospitale e... un finale da interpretare.
L’ospite imprevisto è un uomo sulla quarantina che si definisce “pellegrino” (di nome e di fatto).
Un giorno, s’imbatte in una ragazza (Ida) che, prima ha problemi con la mountain bike impantanata nella neve, poi col suo ex ragazzo. L’uomo, scambiato per un vagabondo, va in suo soccorso e si lascia convincere ad essere ospitato per una notte dalla sua famiglia.
Vi trascorre invece alcuni giorni, durante i quali ha modo di osservarne i componenti, ognuno con una propria storia e dei segreti. Ci sono Augusto, padre di famiglia, ex medico che ha deciso di dedicarsi alla produzione di latte e costretto su una sedia a rotelle in seguito ad un incidente; Barbara, la moglie fedele ma insoddisfatta delle pieghe che la sua vita ha preso, divoratrice di libri e grande sognatrice; Ida, vispa studentessa di veterinaria; Federico, il fratello gemello un po’ introverso; Roberto, secondo fratello, spiritoso in ogni occasione e la piccola Carola.
Il pellegrino Giacomo, entra in contatto con il microcosmo di ciascuno e attraverso favole "che non sa raccontare", affermazioni che hanno il sapore di storie vissute e velate allusioni ironiche riesce a ricomporre l’armonia che da troppo mancava in quella casa.
La mattina di Natale, dopo la cerimonia di apertura dei regali, il pellegrino scompare. Ma lascia una lettera, una lettera affidata alla più piccola, alla quale è diretta ancora una di quelle favole un po’ strane.
Poi l’immagine di quest’ospite imprevisto nel piccolo schermo della tv e tutto l’equilibrio si frantuma nuovamente. Chi sarà quest’uomo e quale la sua vera meta?
Il romanzo si presta ad una lettura scorrevole e accattivante, in cui si avvertono presenze evanescenti, ricordi a metà tra l’onirico e il reale e reminiscenze letterarie di ascendenza pirandelliana.
Il percorso che Giacomo decide di intraprendere è concreto quanto spirituale; è un percorso che porta alla scoperta di sé, inducendo il lettore alla meditazione.
(da «L’Altra Molfetta» Anno XXV – n° 9 – Settembre 2009)

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Prima di entrare eri già qui
di Roberto Cavallo

Pubblicato dall'Editore Giancarlo Zedde di Torino, ormai fedele al suo appuntamento biennale con il romanzo, Francesco Rodolfo Russo presenta ai lettori l'ultima fatica: Prima di entrare eri già qui.
È un romanzo sull'uomo, labirintico microcosmo, e sul suo destino: ogni uomo ogni donna alla ricerca di se stessi prima ancora del proprio pezzetto di felicità.
L'idea di un film – con poche risorse con pochi mezzi – consente ad un gruppetto di vecchi conoscenti di ritrovare se stessi e di ricomporre antichi legami spezzati dalla vita.
Dopo tanto girovagare fra Cuneo, la Costa Azzurra, Torino e Como, il progetto cinematografico prende corpo e si realizza intorno ad un vecchio casale piemontese, la Torre dei fantasmi, ormai disabitato e pronto per la vendita In un contesto che è quasi pirandelliano, i protagonisti del set sono chiamati a rappresentare se stessi, mettendo in scena le proprie vite e i propri ricordi.
Così nell'antico maniero l'amore sboccia tenero fra Corrado e Renata, che, ormai adulti e segnati dalla vita, si ritrovano dopo tanti anni, scoprendo di essersi conosciuti appena adolescenti. L'amicizia dei rispettivi nonni, appartenenti a diverse aree geografiche (il Piemonte e la Puglia), si staglia lontana nel tempo, ma resta un qualcosa – quasi un pegno – che deve essere assolto: i ricordi emergono dal passato e si fanno, così, giorno dopo giorno, più nitidi. Quando la sceneggiatura è finalmente pronta e le macchine "girano", lo straordinario irrompe – sia pure con discrezione – sulla scena. La pellicola gira e sui fotogrammi si imprime l'immagine di Astolfo, lo zio di Renata, morto da pochi giorni ma che sembra vigilare sulla nipote.
Anche nella foto ricordo dell'intera troupe compaiono, misteriosamente, due vecchietti che nessuno del set aveva mai notato chi sono?
I due vecchi amici, i nonni di Renata e Corrado, sono ritornati da un mondo che non è il nostro e hanno spinto i loro nipoti, conducendoli quasi per mano, verso l'amore. Fantasmi? No. Soltanto forze cosmiche lontane e distinte, che si palesano nelle azioni e nelle parole dei personaggi. E ogni personaggio è come il capitano Drogo, il protagonista del Deserto dei tartari, in costante attesa dello straordinario, che intanto cela quell'evento ordinario e quotidiano che è il trascorrere della vita.
Avrà successo questo film introspettivo e basato sui lunghi dialoghi? Il romanzo non lo dice, e d'altronde non importa più di tanto.
Il libro ripercorrendo l'esperienza autobiografica dell'Autore, specialmente con la nostalgia per la terra e gli affetti natali nel lontano Salento, sembra rivelare il velato desiderio che qualcosa/qualcuno, da lassù, venga ad indicarti la via giusta e forse smarrita...
(da «Il Corriere del Sud»,15-30 dicembre, n. 20)

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Prima di entrare eri già qui
di Matteo Caione

Prima di entrare eri già qui
(…) La sua ultima fatica letteraria, risalente allo scorso aprile, si chiama Prima di entrare eri già qui , frase intrigante estratta dal romanzo Jacques le fataliste di Denis Diderot.
Per comprendere da subito le modalità con le quali l’intreccio si dipana ci viene incontro ancora una citazione, da Novalis, posta in epigrafe: «Con il tempo la storia deve diventare favola. Sarà ancora come cominciò».
Il pretesto per raccontare una storia senza tempo, sospesa proprio nel suo trascorrere, è il resoconto delle avventure e delle disavventure che un gruppo di amici dovrà affrontare per realizzare un soggetto cinematografico.
La situazione straordinaria mette a disagio tutti coloro che ne sono coinvolti, incosciamente desiderosi di squarciare il velo dell’ordinario quotidiano.
Ciascuno risponde a suo modo all’idea: chi cocciutamente avvinghiandosi alla sua ipocrita esistenza, chi mettendosi in gioco per intero, chi amando rivedere i suoi errori attraverso la storia giusta degli altri.
I luoghi in cui si muovono Corrado e Renata, i protagonisti principali, insieme con Jacob e Marco variano tra Cuneo, la Costa Azzurra, Torino e Como, con un rimando onirico al Salento, il cui ricordo si spezza prima che possa far male davvero al protagonista Corrado, che ha abbandonata da molti anni la sua terra d’origine.
Con un ritmo che ricorda proprio il sovrapporsi dei piani narrativi cinematografici, Russo racconta al lettore il vero momento di cambiamento, la svolta verso la completa maturità dei protagonisti, i quali, sebbene entrati già nella stagione autunnale della vita, sono ancora in cerca d’autore.
Il romanzo presenta rimandi filosofici e letterari che ci aiutano a comprendere la psicologia dei caratteri presentati, ai quali l’esperienza ha finora regalato la capacità di giudicarsi, ma non quella di essere attivi e positivi nei confronti della vita.
Il momento giusto arriva, infine, dai corsi e ricorsi che la storia presenta sul suo mantello: un’unica storia che si sviluppa per secoli, la cui grammatica è l’amore e il cui strumento è l’uomo.
«L’Ora del Salento» – Anno XVI n. 36 – Lecce 11 novembre 2006) 

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Prima di entrare eri già qui
di Angelo Caroli

Una presenza anticipata da una sensazione.
O da una sicurezza. O addirittura da una previsione figlia dei sogni.
Certo è che il titolo cattura. Gli ingressi in una storia tra il fantastico e il reale sono molti. Così gli abitatori.
Un uomo varca i confini di una terra che non gli appartiene, si dichiara devoto al Signore e viene accolto con amicizia dalla comunità.
Lo spostamento dell’asse è fulmineo come dovrà esserlo la capacità del lettore nell’entrare nelle spirali del libro. E comincia il sabba di località e personaggi.
A Nizza due amici si incontrano. Il pragmatismo di Corrado è in conflitto con il fantasticare ingenuo di Jacob il quale ha un’idea: scrivere una sceneggiatura e trasformarla in un film. Jacob è all’instancabile ricerca della Divinità Bellezza.
Corrado scrive e dipinge, però di film non sa nulla. Ma la stima che l’amico ripone in lui è un collante che ha effetto persino su un uomo refrattario e poco entusiasta come Corrado.
Gli amici più ottimisti parlano addirittura di Monica Bellucci, Margherita Buy e di capolicchio come protagoniste e regista.
I problemi sono però tanti, Corrado li enuncia e sono la produzione e un testo che riguardi un’epoca gradevole al pubblico. Contestualmente Francesco Rodolfo Russo apre squarci a secoli remoti, dove si parla di una fanciulla dal forte profumo di sposa di nome Magnolia e del marito Antonello. Le milizie di Alfonso di Aragona, è il 1841, liberano Otranto. È un supplementare tassello per il mosaico che Jacob intende costruire.
Altri amici si aggiungono al rendez vouz. Lo zio Astolfo, l’affascinante ed enigmatica Renata e ancora Alberto, Marco, Ernesto e Griselda.Anime satelliti che aureolano la storia. L’entusiasmo di Jacob contagia tutti tranne Corrado. Finché a dare ricchezza al romanzo di Francesco Rodolfo Russo non spunta la Torre dei fantasmi con frati certosini e sagome dal nulla. La storia si svolge ed evolve in Piemonte, si sposta da Cuneo a Montaldo Dogliani e a Grnzane cavour, con divagazioni in Lombardia e Costa Azzurra.
A un certo punto un quadro, non del Caravaggio ma di un tal Cavalleri, e la riscoperta di una fanciulla che scorrazzava per la campagna cavalcando la bicicletta aggiungono respiro e mistero al libro che si nutre molto della psicologia diversificata dei soggetti che, via via, ispirano l’autore.
(da il «Corriere dell’Arte» Anno XII – n° 30 – Sabato 7 Ottobre 2006) 

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Prima di entrare eri già qui
di Giancarlo Loffarelli

«Con il tempo la storia deve diventare favola. Sarà ancora come cominciò».
Poste in epigrafe al romanzo Prima di entrare eri già qui (Giancarlo Zedde, Torino, 2006), queste parole di Novalis esprimono al meglio il senso più profondo di quest’ultima fatica letteraria di Francesco Rodolfo Russo.
È questo, infatti, un romanzo che riesce a coniugare la contemporaneità della vicenda narrata con un respiro generale dell’opera che riecheggia il più tipico spirito romantico: senso panico, simbolismo spiritualista e storicismo implicito.
Su simboliche simmetrie cronologiche e topografiche, nella prima metà del romanzo sono narrate, con un montaggio alternato deliberatamente ripreso dalla sintassi cinematografica, le vicende parallele di Renata e Corrado le cui vite si sono sfiorate molti anni prima, finché una rete invisibile di fili li porta a incontrarsi di nuovo, ormai maturi. E per quanto il romanzo tratti, fra l’altro, di due esistenze destinate a incontrarsi, pure il riferimento al destino non si presenta con venature deterministiche, ma in perfetta armonia con le scelte personali dei due protagonisti.
Esse, in maniera diretta o indiretta, si esercitano lungo tre storie armoniosamente incastonate dall’Autore in un sapiente gioco di scatole cinesi: la vicenda vera e propria del romanzo, il soggetto cinematografico che, nel corso della vicenda, si cerca di trasformare in film e il suggestivo prologo ambientato nel Medioevo.
Russo riesce, inoltre, in questo romanzo, ad aggirare il dilemma pirandelliano di una vita che o la si vive o la si scrive, sdoppiandosi nei due personaggi di Corrado (che vive) e di Jacob, un letterato che s’improvvisa regista (che scrive ciò che Corrado vive).
In un momento in cui molti scrittori hanno compreso che un facile strumento per tener desta l’attenzione del lettore è la struttura narrativa del giallo, Francesco Rodolfo Russo ha il merito di riuscire in questo intento senza trucchi, legando l’interesse di chi legge agli eventi, agli ambienti e al mondo interiore dei personaggi descritti - si perdoni l’ossimoro - con lieve profondità.
(da il «Corriere Avis» - n. 4 - luglio-agosto 2006)

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Prima di entrare eri già qui
di Eleonora de Bonis

Prima di entrare eri già qui, l’ultimo romanzo di Francesco Rodolfo Russo apparso a stampa per i tipi della casa editrice «Giancarlo Zedde», è un’emozionante messa a fuoco dei nostri percorsi quotidiani e spirituali. Itinerari che, mediante le storie personali dei protagonisti, mostrano l’immagine di un “viaggio”: frenetico nel tempo e negli spostamenti dei personaggi, lento nell’assecondare le voci interiori desiderose di accantonare ogni tipo d’nfingimento. F.R. Russo mette in scena, oseremmo azzardare pirandellianamente, una storia di esistenze che costruiscono – a volte senza rendersene conto – l’attesa per una vigilia: una sorta di veglia dove le vicende narrate, inizialmente distanti, intrecciandosi lasciano presagire l’aurora: un modo nuovo di affrontare la vita. La trama ricca e avvincente, oltre al sottile gioco degli incastri, s’impreziosisce di rimandi letterari. L’autore con una prosa semplice e ricercata a un tempo, disegna a tuttotondo personaggi che attraverso situazioni drammatiche, divertenti, imbarazzanti, banali e inusuali evidenziano i loro caratteri e le loro peculiarità.
(da «Letteratura – Tradizione» - Anno IX n. 38) 

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Prima di entrare eri già qui
di Carolina Giusti

«Ho provato la serenità dell’illimitato, - affermò a un tratto, come se parlasse tra sé. – Poi, rientrato in me, ho compreso la mia esiguità. Ho capito che si esiste e si respira grazie alla conoscenza del limite».
Queste parole, poste nella parte finale del romanzo Prima di entrare eri già qui di Francesco Rodolfo Russo, ci danno una delle interpretazioni possibili del pensiero dell’Autore: la serenità è nella coscienza e nell’accettazione del proprio limite.
I due protagonisti del romanzo, infatti, sono spinti da eventi quotidiani rivestiti di una luce particolare in una intensa vicenda esistenziale che, addirittura, precede le loro stesse vite. Centro d’attrazione di queste è una torre detta “dei fantasmi” che, oltre il suo senso immediato, costituisce una vera e propria figura del loro mondo interiore, della loro memoria, popolata da ben altri fantasmi.
Ma soltanto quando i protagonisti e, marcatamente, Corrado, il più restio ad abbandonarsi ai propri sentimenti, riconoscono e accettano il proprio limite, la loro vicenda che, per certi versi, si può dire duri da secoli, giunge a compimento.
Partendo, nel Prologo, dal suo amato Medioevo (in cui era ambientato il suo precedente romanzo La mansio di Glesia), Francesco Rodolfo Russo traghetta i suoi personaggi nel mondo di oggi ma soltanto per dire che taluni problemi, certi sentimenti e caratteri non hanno epoca e sconvolgono la dicotomia passato-moderno.
(Associazione culturale «Le colonne», giugno 2006) 

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Prima di entrare eri già qui
di Piera Savio

Corsi e ricorsi
Un libro bello e originale sin dal titolo. Un susseguirsi di episodi, di fatti e di azioni all’apparenza casuali ma che, in realtà, seguono un disegno preciso. Infatti le coincidenze, i corsi e i ricorsi sono studiati per realizzare un progetto d’amore nato centinaia d’anni prima. Lo scenario della vicenda narrata cambia continuamente: si parte dal Meridione per arrivare in Svizzera, poi in Francia a Nizza, per finire a Torino e Cuneo. Due i protagonisti, Corrado e Renata. Attorno a loro si muove una galleria di personaggi che definire minori è restrittivo, poiché ognuno è così caratterizzato da riuscire a ritagliarsi un proprio spazio. Difficile per il lettore sarà, perciò, dimenticare zio Astolfo, lo scrittore Jacob con il suoi “Bon oui”, Marco il palazzinaro finanziatore del film, Ernesto lo scrittore sceneggiatore, e ancora la nipote Paola, suo padre Lorenzo, i due innamorati Paola e Luca fino ad arrivare a Nerone, un simpatico Labrador sempre in cerca di coccole.
Al centro della storia l’idea di un gruppo di amici di realizzare un film, partendo da un quadro, il ritratto di Madame F. e una torre di un casolare del cuneese. Una vecchia casa che racchiude i segreti di una storia che si perde nella notte dei tempi.
(da «La Nuova Periferia» – Anno XXX n.21 mercoledì 31 maggio 2006)

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La Mansio di Glesia
di Annalisa Terranova

Nella rigogliosa pianura di Ingaunia, una prospera dimora dei templari, la Mansio di Glesia, rappresenta un baluardo spirituale e un punto di riferimento politico per i contadini e gli allevatori del contado. Ma è anche crocevia culturale, dove i monaci guerrieri affinano l'arte della conoscenza delle erbe, si dedicano allo studio, consentono a un moro convertito, Al Assad, di inserirsi nel disegno provvidenziale del dio cristiano. Questo lo scenario che fa sfondo al Romanzo di Francesco Rodolfo Russo, "La Mansio di Glesia", che segue le vicende e le alterne fortune di Gualtiero, cavaliere votato alla "militia Christi" che diviene appunto "praeceptor" della dimora fortificata dei Templari di Glesia e si trova alle prese con un'inquietante sequela di delitti. Un racconto che ambisce dunque alla dignità di un romanzo storico - numerosi, durante la lettura, gli inserti storiografici che aiutano, attraverso una paziente ricostruzione dei dettagli, a penetrare nella vita quotidiana dell'epoca - ma che ricorda molto anche le dinamiche tipiche del racconto giallo, con un "investigatore" che attraverso il ragionamento, il vaglio minuzioso delle ipotesi, le conversazioni serrate a caccia d'indizi, riesce alla fine a venire a capo dell'ingarbugliata matassa. Nel nostro caso l'inquirente è fra' Gualtiero, alle prese con il ritrovamento di un cavaliere assassinato di cui lui solo conosce la vera identità. L'indagine che seguirà non sarà solo basata sull'analisi dei dati oggettivi, ma sarà anche un cammino interiore, un modo per leggersi dentro, per mettere alla prova quel lato oscuro dell'animo che, soprattutto in chi sceglie la via monastica, è sempre fragile e senza difese dinanzi alle "tentazioni" che provengono dal mondo esterno. Un percorso che sarà coronato da successo. L'episodio del primo delitto e gli altri che seguiranno sono destinati a turbare quella pace e quella serenità essenziali per tornare con rinnovato equilibrio ai doveri quotidiani al servizio della propria fede. "Una pace - è il commento finale che risuona nell'animo del protagonista - austera, realizzata nella semplicità delle occupazioni, neòlle preghiere sussurrate, nell'idillio tra uomo e natura". Questo romanzo non è la prima fatica letteraria di Francesco rodolfo russo, che ha già pubblicato libri di poesia e di narrativae che dal 1996 dirige "L'Agrifoglio", collana di narrativa per la scuola. Collabora con periodici e esttimanali e alcune sue opere letterarie sono riportate su giornali e antologie, adattate per recital e rappresentate sulla scena.
(da il «Secolo d'Italia», 1 febbraio 2005) 

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La Mansio di Glesia
di Angelo Caroli

I templari trascinati dal destino. Travolti dal destino.
Uno di loro è ferito in battaglia ed è in pericolo di vita. Ed ecco che il delirio sconfina nel tormento. Gualtiero sembra confessarsi davanti a se stesso. Sotto lo sterno riscopre il passato, quando prende gli abiti e diventa monaco. Quando il suo spirito è incontaminato ma è obbligato a scegliere. La vita, talvolta, propone bivi di fronte ai quali sarebbe opportuno non scegliere. L’ardore è comunque la pulsione che sospinge fra Gualtiero a unirsi ai templari, i Christi milites. Il martirio è la più grande gratificazione che possano ricavare dalle loro gesta. Lo sanno. E sanno che per evitare la morte è a loro consentito l’uso legittimo delle armi.
Ed è forse su tale dettaglio che il torinese di adozione Francesco Rodolfo Russo gioca per spiegare e giustificare i ripensamenti di Gualtiero. Il delirio porta consiglio e il monaco prende coscienza di un’opzione che ritenne a suo tempo giusta e che oggi rivisita. Lo fa in nome di una non violenza che gli appartiene come elemento genetico. Dunque si confessa nel silenzio del dolore procurato dalle ferite e costruisce sulla morte del prossimo la ragione di una resipiscenza tardiva ma comprensibile.
Al capezzale accorre un praeceptor astuto e deciso a recuperare l’anima di un uomo di grosso valore spirituale. Il praeceptor accetta questa sorta di abiura del “fratello” e intanto lo convince ad optare per un luogo sicuro da tentazioni guerriere dove assumerà un ruolo di comando pacifico, la mansio di Glesia.
Il libro rivela subito un versante giallo e l’autore ci riserva pagine vibranti, avvolte in un’atmosfera medievale che ricorda “Il nome della rosa”. Viene rinvenuto un cadavere. Attorno a lui si annodano una sequela di verità, supposizioni, coincidenze e fatalità. Fra Gualtiero conosce una parte della realtà e la custodisce nei silenzi della mansio, sito di cui Francesco Rodolfo Russo ci parla con grande attenzione. Il sacro si miscela con il profano. L’idealismo di Gualtiero è alfine chiamato a rintuzzare una schiera di mercenari avvezzi alla sopraffazione.
La scia di morte non si ferma. Alla prima vittima se ne aggiungono altre. Fra Gualtiero è il naturale detective ante litteram che si giova persino di un frate erborista durante un’indagine e un epilogo che richiamano il delitto nella camera chiusa tanto caro ad Edgar Allan Poe e ad Agatha Christie. Tutto si svolge comunque in un’aura di “obbedienza e di malattia per Gesù”.
(da il «Corriere dell’Arte», 11 giugno 2005) 

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La Mansio di Glesia
di Vittorio Venuti

Per quanti avessero desiderio di lasciarsi assorbire piacevolmente tra le spire di un giallo in costume medievale, questo libro di Francesco R. Russo rappresenta un'occasione allettante. Ambientato nella seconda metà del XII secolo, con prosa pacata e coinvolgente l'autore cattura amabilmente il lettore e lo fa viaggiare dalla Terra Santa fino alle nostrane terre di "Arbenga" al seguito del templare Gualtiero, praeceptor della mansio di Glesia. Il racconto si dipana con accortezza stilistica, e con garbo sapiente tesse la trama di un giallo con delitti, che il monaco guerriero risolverà con un finale degno del commissario Poirot. Abbiamo letto altro di Francesco R. Russo, che ha alle spalle già una nutrita serie di opere di narrativa anche per la scuola, ed abbiamo avuto occasione di apprezzare ed evidenziare la sua personale scrittura, sobria ed elegante, ed il suo straordinario modo di tratteggiare e far muovere i personaggi. Il libro si segnala per consapevolezza e intelligenza narrativa, confermando le ottime qualità di uno scrittore che non mancherà di suscitare consensi, simpatie e attese per la prossima opera. (da (da «Dirigere la scuola», Anno 4, n.6, giugno 2004)

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La mansio di Glesia
di Roberto Cavallo

Passano i secoli e gli anni, ma scolpito nelle menti e nei cuori dei romantici di ogni tempo resterà il mito e la leggenda, oltre che la storia, dei templari. In tale prospettiva dev'essere letto l'ultimo libro di Francesco Rodolofo Russo.
Siamo di fronte ad un giallo medievale, del tipo Il nome della rosa, anche se i valori sottintesi sono esattamente opposti a quelli propri di Umberto Eco. La narrazione scorre veloce.
Un cavaliere forte ed austero, emblema di tutti i Cavalieri della Novus Ordo Militiae, dopo le fatiche e le lotte della Terra Santa, ritorna in Europa alla ricerca della propria perfezione spirituale e vocazionale. Viene cosi nominato "Praeceptor" di una casa templare: la mansio di Glesia. Ma la pace non è di questo mondo: Petro suo antico rivale ed ex-cavaliere, ora a capo di una compagnia di mercenari, raggiunge Glesia per regolare con Gualtiero, una volta per tutte, il proprio personale contenzioso. Ma qui accadono cose strane, perchè la durezza e l'imperturbabilità del cavaliere, di ogni cavaliere, si scontrano col fascino femminile, in costante agguato. I buoni resistono, non altrettanto i deboli che si lasciano trascinare dai piaceri mondani. Fra questi c'è, per l'appunto, Petro. Ma la donna non è solo ammaliatrice: quando si scopre sedotta e abbandonata diventa capace di tutto, anche di uccidere o di far uccidere... Inizia così una catena di assassini che il Cavaliere Gualtiero, sulle prime confuso e stordito, riesce a decifrare.
Il romanzo, che si snoda per ambienti e tempi diversi con la sua trama da film "poliziesco", è soprattutto pretesto per descrivere guerre interiori, profonde, aneliti alla perfezione spirituale e alla pratica della virtù, mentre turt'intorno, come sirene nel mare ci sono i richiami suadentidelle passioni e dell'amore profano.
È anche nostalgia per luoghi e per tempi perduti, per quello spirito di Cavaliere errante che l'Autore non riesce, e non vuole nascondere.
(da «Il Corriere del Sud», Anno XIII, n. 13/2004)

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La Mansio di Glesia
di Piera Savio

[…] Non è solo un giallo non è solo un romanzo storico. È entrambi senza che uno escluda l'altro. Un armonico libro dove le parole si intrecciano all'azione, dove la storia sconfina nella suspense. Un viaggio in un'epoca affascinante quanto misteriosa… […] Una carrellata di personaggi dipinti con estrema cura che escono dalle pagine del libro ed entrano nella vita del lettore. Lo prendono per mano e lo portano a Glesia a vivere con loro giorni tormentati, giorni passati a sognare a rimpiangere quella Pax Cristhi che solo all'ultima pagina ritorna. Oltre alla precisa ricostruzione storica il romanzo di Francesco Rodolfo Russo si fa apprezzare per la precisa sintassi e l'uso accorto e puntuale della grammatica. Che denunciano una grande padronanza della lingua italiana, con quelle frasi così ordinate, con quei vocaboli usati ad arte. Mai una caduta di stile, ma sempre una rigorosità che fa di questo libro una vera chicca da tenere nella propria biblioteca. Sobrietà ed eleganza sono forse gli aggettivi che meglio si addicono a La mansio di Glesia. Prezioso, fin dalla sua copertina semplice ma ordinata, già subito fuori dagli schemi.
(da la «Nuova Metropoli», 3 giugno 2004)

 

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Margherita è anche un fiore
di Paolo Berruti

Margherita non è solo un fiore. È anche un bel libro, che si legge bene, fino in fondo e senza fermarsi. E nel panorama della letteratura contemporanea non è poco. Per di più, non ha errori linguistici e questo impreziosisce con leggiadrìa ciò che dovrebbe essere in realtà la norma.
E norma fortunatamente e da sempre è, per Francesco Rodolfo Russo, letterato moderno di stampo antico (è un apprezzamento) che i nostri lettori già da gran tempo conoscono e stimano per i suoi “raccontini brevi” in quella gloriosa “Terza Pagina” che così giustamente Voce del Sud contribuisce a mantenere viva e feconda. Leggete ragazzi, leggete!
In limpida prosa dunque, con dialoghi secchi ed essenziali che già suggeriscono/predispongono un copione cinematografico (auguri!) e con spunti qua e là gustosamente macchiettistici (Oh, l’uomo dei proverbi…) l’Autore va tessendo e dipanando la storia di una costruzione/creazione. Sì, la costruzione di un automa che animato diventa creazione, riattualizzando (così come nella Bibbia) l’opera creatrice di Prometeo, l’invocazione di Pigmalione ad Afrodite e l’aspettativa di Michelangelo con il suo Mosè. Ancora una volta, e freudianamente, l’arte realizza sogni antichi e desideri insoddisfatti.
Esemplificando poi un errore frequente nella fragilitas umana, l’automa è pensato e assurge a vita per rinverdire come figlia una relazione di coppia piuttosto piatta e languente. “Padre” è il marito, tecnologicamente dotato, e questo si presta ad alcune considerazioni tra cui l’affermazione dell’homo faber e, in trasparenza, la risposta maschile al potere della maternità. A leggerli in filigrana, sotto l’apparente semplicità, emergono anche i temi molto attuali della clonazione e dell’adozione.
Ma non diremo ora nulla di più, consci che una recensione non riassume un testo ma ne induce la lettura, motivandola.
Dopo la conclusione narrativa (che in realtà rimane ambivalentemente aperta, quasi un test proiettivo…) compare, rivelando il non dimenticato amore dell’Autore per la scuola un apparato didattico importante, finalizzato ad approfondimenti/riflessioni di ordine formale e contenutismo.
Un “semplice” libro per ragazzi, insomma.
Proprio come Pinocchio, che conta già traduzioni in ottanta Paesi del Mondo.
 

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Margherita è anche un fiore
di Vittorio Venuti

Se Collodi dovesse scrivere oggi il suo Pinocchio, probabilmente si ispirerebbe alla robotica e la sua bizzarra creatura sarebbe il risultato di chips e fili. Probabilmente questo sarà stato lo spunto ispiratore F. R. Russo, che ha riscritto la favola del burattino di legno, ribattezzandolo col nome di un fiore. Così, ho iniziato a leggere il romanzo di Russo cercando di calarmi nelle vesti di un ragazzo (il libro fa parte di una collana di narrativa scolastica) e mi sono trovato, a poco a poco, ad assaporare il gusto di una lettura piacevole ed accattivante, amabile e così trascinante da deliziarmi al di là di ogni aspettativa.
Margherita è un animatronics che un ingegnere, per scelta contadino, inventa e costruisce per soddisfare il desiderio di maternità della moglie. Tanto fredda quanto bella, la “bambola” sarà lo specchio in cui si rifletteranno i sentimenti dei vari personaggi, splendidamente tratteggiati, e il romanzo si definirà come una parabola sui rapporti umani e sul confronto con la diversità. La storia, dunque, è una favola e come tale è percorsa dalla giusta assurdità razionale propria delle favole, che offre ai giovani lettori interessanti stimoli per confrontarsi con le esigenze emozionali e comportamentali della realtà. Lo stile del narratore è elegante e garbato quanto efficace; il contenuto si fa intenso nel procedere nel procedere della narrazione, nella quale le vicende si succedono in appassionante cascata e i personaggi si disegnano con simpatica e straordinaria vivezza (particolarmente indovinato è il personaggio di Fausto, un vecchio contadino che sciorina la sua semplice saggezza con una seri incessante di proverbi); il senso della narrazione segue il ritmo della spirale, che avvolge, coinvolge e trascina con misura ironica, emozionante e lieve, così da far dimenticare lo spunto irreale per favorire una partecipazione crescente e curiosa.
Il testo, ben scritto, si chiude con una appropriata serie di esercitazioni guidate, che hanno lo scopo di portare il lettore ad appropriarsi dei molti significati della storia, della struttura narrativa e a misurarsi con i propri sentimenti, promuovendo una accorta riflessione sul senso della vita comune e sul significato della solidarietà
L’impianto narrativo è di quelli che stimolano la lettura fino in fondo, integrando felicemente il bisogno del fantastico con la concretezza delle emozioni. Margherita è solo un robot, un “diverso” meccanico che vive grazie alla genialità del suo costruttore; per quanto perfetta, è una macchina che può fornire solo risposte previste e prevedibili. E questa ci sembra già una lezione importante, in quest’epoca in cui gli arditismi informatici tentano di globalizzare tutto; in realtà il discorso si fa più ampio, del resto stiamo parlando di una favola; sarà Margherita a manifestare il suo bisogno di umanità e a chiedere che la sua semplicità venga compresa e integrata nel tessuto dei rapporti che le persone intrecciano tra loro, a ricordare quanto sia sottile il confine tra il sogno e la realtà ed a significare quanto ciascuno deve commisurarli per se stesso e per l’altro. 

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Prima di Sìloe
di Mario Varesi

Francesco Rodolfo Russo offre con Prima di Sìloe un ulteriore saggio di talento letterario.
(…) Dalla provvisorietà quotidiana e dalla frammentarietà di certezze, che contrassegnano l’oggi, emerge il faticoso cammino di F. R. Russo a narrare la sua pena nel breve romanzo Prima di Sìloe (titolo dell’intero lavoro) come nei racconti che ne strutturano la seconda parte “La linea della vita”. Titoli allusivi che sbigottiscono in un Autore giovane d’anni, ferrato in culture latine, indiane, giapponesi.
All’inizio del terzo chiliastico, ancora pregno di retaggi illuministici (libertà, fraternità, uguaglianza) è rimarchevole uno scrittore in cerca di verità, fuori dalla massa, in solitudine, arroccato a quella molla interna per altri annichilita dal vegetativo, ma da esso in lui esasperata. Il duca di Cèsne, per esempio, vive uno stile estetizzante, particolare, originale, non per anomalia, sdegno o ripulsa del comune, collettivo o abituale, bensì per una sorta d’indifferenza verso le cose stesse, banali, giornaliere. Altrove in lui s’indovina la calamità: il richiamo costante è la volontà di conoscenza, la qualità della pienezza, la scoperta della sorgente invisibile, il tarlo del dubbio.
Amore, arte, amicizia, natura sono momenti e allegorie che riempiono la vita, additivi che non traducono esaustivamente la meta. “Sei privo di centro e di periferia”. E più oltre: “La vita è un’opera completa, dove ognuno sceglie il proprio palcoscenico”. “In principio era il Verbo”. “Nessuno vive in eterno”. “Soltanto dopo Sìloe avrebbe vissuto”. Un finale dunque in spirale trascendente: la morte che porta alla piscina di Sìloe, perché essa è il mezzo per trovarsi a tu per tu, finalmente, con “Chi è”. E il duca di Cèsne, che adombra l’uomo globale, può ritenersi soltanto allora placato.
Passiamo ora alla seconda parte: soltanto alcuni spunti.
In «Osservazioni in punta di sorriso» è ancora il tema della sapienza a prevalere, per dare un senso alla propria identità: perché Orsus (e quanti come lui) è un “defunto in libera uscita, privo del giusto riferimento”. Infatti “la morte come poesia, la Morte-Amore; la Morte è Dio”.
E la morte fa capolino negli occhi di Anna Maria in un andante asettico, preciso, conforme: come le lumache che “si trascinano dietro la bava”.
In «Vigilia» è la vita come teatro: “Il palcoscenico non riusciva a contenerli… Si rubavano il copione in cerca delle migliori battute”. “Cerco la saggezza… Non soffro e non so che cosa sia la felicità”. È l’insoddisfazione che morde. Chi siamo? Perciò tutti, fantasmi: anche gli amici dell’omonimo racconto, che recitano l’arlecchinata dei giorni. Perché? Parimenti stranieri l’umano all’altro, puranco i fratelli: mondo a se stante ognuno, esule, piantato lì vicino, illuso nel modulo di tratturi o autostrade personali: pesanti e grevi.
“Costretti tutti insieme” come nell’elenco telefonico, anagrafe di numeri e di cronache, senza filigrana. “L’assassinio perpetrato per un anno, si era compiuto. Da oggi… si sarebbero pensato a come uccidere questo altro anno”.
In «Recita segreta» ancora una conferma: “La tragedia è nella seduzione… Il Pierrot muore un’altra volta”. Così Salvo “si muove come un cadavere in permesso”.
Di granitica potenza appare «La linea della vita» (titolo della parabola e dell’intera seconda parte) ove spira un humus di tragico lirismo dai due personaggi: chi va e l’insieme di chi resta. Un’atmosfera da III atto della “Piccola città” di T. Wilder. Vivere assieme e non conoscersi mai, anche pensando di conoscersi a fondo. E chi è partito, che ci vede… e parla rassegnato. Come nel finale della prima parte: “Era il suo tempo, in ogni caso”.
Ultimo racconto è «Guignol» (a ricordare il teatro di scene truculenti) che conclude in slancio d’aquila l’epitome di prose. L’abbozzo scenico che s’innesta dentro la vicenda, ribadisce: non esiste Sìloe sul pianeta. Oltre, la verità. Qui e il solito balletto, immodificato dal rinascimento ai giorni ancora da venire. Mutano solamente i vestimenti. Come sottolinea l’Autore in altra sede: “Cessare significa vita oltre la morte, simboleggia la verità”.
Sìloe allora! Qui il pathos, il senso, rituale, lo stato di grazia.
Passando ora alla considerazione stilistica, l’Autore si mostra signore della penna con fragranze di linguaggio, a netto contrasto con l’esasperazione realistica in gerghi di bettola e bordello: che, se accettabili – hapax legomenon – in accezioni particolari, non possono né devono configurarsi consuetudine incoerente e gratuita. Una lezione perciò di etica e di estetica che Francesco Rodolfo Russo offre con la sua fatica, fornita di un dialogo degno di opera teatrale.
Il taglio delle scene e la dinamica episodica lo candidano autore di copioni. Anche la tecnica della narrazione molto riprende dal teatro: come cannocchiale che penetra nelle case o fra due per la strada, indiscreto a cogliere discorsi, senza introdurre scene o personaggi. Si sbrogliano così i loro caratteri in un caleidoscopio di stati d’animo, diorama atemporale dei primordi nei secoli dei secoli.
Pure gli accostamenti naturali subiscono il fascino di una partecipazione in termini di poesia, tutt’altro che occasionale o fotografica:
“la luce del faro balenava sciabolando a intervalli precisi”.
“Il lago si lasciò guardare”.
“La luna sarebbe andata a nascondersi dietro le montagne”.
“La voce dei galli lancinava l’aria”.
“I colori dell’autunno si lasciavano vezzeggiare dal sole”.
“Opulente nubi si avvicinavano in gregge”.
Queste, alcune delle tante frasi che sarebbero ognuna da extrapolare, per degustare la compenetrazione dei vari elementi. Tutto infatti concorre al mosaico che il Russo crea e completa con tasselli letterari e pittorici, filosofici e culturali, lessicali e poetici, per dirimere l’incognita che attanaglia l’uomo.
Dubbio, utopia, miraggio? Diremmo piuttosto: messaggio sapienziale!

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Maschere
di Mario De Marco

(…)
In “Maschere” Francesco Rodolfo Russo scarnifica l’interiorità, mette a nudo le incertezze, le difficoltà del vivere, dell’essere, del decidere; viene fuori un uomo-parte il quale, di fronte al bivio, o aut aut di marca kirkegaardiana, mai può abbracciare la totalità delle situazioni, mai potrà gustare una integralità a trecentosessanta gradi, soprattutto perché è infrenato da sovrastrutture, da sensi di colpa, da quella maschera che si è obbligati a indossare poiché così esige la società, perché così vuole il nostro farisaismo.
Ma è poi possibile mettersi a nudo? Certo, lo si può fare, ma alto è il prezzo, ed essere senza maschera significa farsi consapevoli che si va incontro alla “diversità”, alla solitudine totale e quindi, scelta la via dell’autenticità, non avremo il diritto di dispiacerci, di recriminare e, tantomeno, di fare i moralisti. A ognuno lo stato di essere che gli compete!
Le inquietudini umane dell’uomo di oggi, ma direi di sempre, vengono esplorate con sottile ed efficace intuizione, soprattutto introspettiva, dal nostro autore, il quale da sempre si pone il problema di uscire dalla corrente comune, aspira una morale dinamica, una libertas maior idonea a fargli attingere quella dimensione che Federico Schiller vagheggiava come “Anima bella”.
Francesco Rodolfo non è un moralista, anzi. Egli discretamente sembra dirci “Ecce homo”, un uomo che se sa sopravvivere alle difficoltà può rinascere anche se tale rigenerazione avviene nel buio e le scorie bruciano nel fuoco del dolore, il “lutto” appunto, che ha segnato l’umanità da sempre, sin dalla caduta adamica, onde si salva chi intende e può, colui il quale da crisalide si trasmuta in farfalla.
(…)
Francesco Rodolfo Russo sta percorrendo il suo cammino esistenziale, ci comunica non poco, e con la parola e con il verso si colloca già ampiamente con dignità nel panorama letterario, poiché ha tanto da dire e tanto da dare. 

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